Al chiaro di luna

Non era un treno chiamato desiderio, ma un Firenze-Milano lanciato nella nebbia.

Questo nostro vivere non ti sembra sempre più una corsa inesorabile, una gara in velocità contro il tempo avaro? Non è un dramma ostinato, una lotta persa già sui blocchi di partenza, un eroismo inutile? Contro il ticchettio che non ha fretta e ci cammina addosso, contro quel trascorrere monotono non vale scorciatoia; anzi, tutto il fiato grosso delle nostre maratone lungo le stagioni è capace al più di farci stancar prima, prima dell’arrivo, prima della fine.

Ed ogni giorno è solo un altro giorno da contare, ogni ora senza te un’ora per sempre lontana dal tuo profumo, l’ennesima nella privata costellazione di piccole sofferenze da nulla; immeritate. Forse.

 

Hai presente poi quel nostro filo porpora che ci lega nonostante le distanze? Il suo intrecciarsi al tempo è imprevedibile, screziato d’autunno rame e zaffiro, di mille cieli distratti, di tutto lo stormire di foglie al vento (bellissime e fragili senza nemmeno un sistro, o un esametro sacro a tradurle in profezia). Eppure tanto vuoto intorno mi riduce a equilibrista, ed il filo è fino come oro, e io mai ho imparato a planare senza le rotelle, incapace davvero d’intendere e di volare, e se cadessi precipiterei come Icaro ali di cera, giù giù nell’abisso per uscir dal quale collezionerei altre cicatrici e lividi.

E insomma, te lo dico, qualche volta anch’io ho paura. Non che il filo ceda, ma che mi sfugga un passo falso.

 

Per distrarci un po’ da questo dramma pallido, allora, come chi temendo il buio lascia sempre accesa una lucina, ti propongo un gioco. Tu devi soltanto chiuder gli occhi, mentre io ti bacio ciglia e palpebre, e il fremere vivo di quella pelle tenera. Poi facciamo che, dopo aver contato e perso il segno di quanti miei respiri t’han sfiorato il cuore, tu riapri gli occhi e hai fatto sparire gli incubi; sì, facciamo così. E guardandoti stupito là dove si spalancava una ferita, trovi solo una sottile cicatrice ad acquarello, il ricordo d’uno sguardo triste che non brucia più.

Il gioco a questo punto non è già finito: tu mi devi prendere per mano e portarmi dove non sono stata mai; puoi scegliere un prato molle di rugiada, una spiaggia tiepida al tramonto o più semplicemente un centimetro qualsiasi del tuo corpo. Lì, dovunque sia, fingeremo di poterci amare sempre, fino oltre la foschia del divenire; ma fingeremo così bene, come vecchi attori, come veri innamorati, da crederci davvero; perché, se lo volessimo, questi miei bottoni rossi sarebbero rubini e quel ramo il tuo candido cavallo alato.

Il gioco si considera finito quando, allacciati in un abbraccio stretto che ricuce gli strappi del mondo, ci racconteremo l’uno all’altra due favole senza voce; una parla della meraviglia limpida  di chi da poco s’è affacciato al vivere, quando tutto è nuovo e misterioso, mentre l’altra della tranquillità delle radici, che conoscono la terra e sanno che mai bisogna aver paura dell’inverno (nemmeno quando spoglia gli uomini di sogni e desiderio, lasciando nudi scheletri a tremar di freddo). Insieme le parole feconde daranno vita ad una nuova storia, che narra quell’attesa che cerca con occhi curiosi il segnale di ciò che, intimamente, sa esistere da qualche parte, in qualche tempo: la primavera; od un germoglio, uno sguardo chiaro, un bacio come il seme che promette messi d’oro.

Questo gioco è una conta al di là del tempo, per ingannare anche il più ostinato dei silenzi; perché ho scoperto che ogni volta inventi una musica infinita e viva, quando m’accarezza il suono della tua presenza, voce o labbra o memoria vaga di quei sogni che vorresti vivere.

Che forse in fondo stiam vivendo.

 

E torna però quell’ombra cupa di notti violentate da troppa luce e deserti abbacinati. Come pensare che esista un senso al di là del poco tempo che natura ci concede? Come credere ai per sempre, ai mai, alle vittorie oneste, ad una felicità che non voli via al solo nominarla? Come ritenere di potersi esimere dalla disperazione sottesa alla vita, che consiste nel sapere che ogni cosa prima o poi finisce, decade, muore, termina, si sgretola, sprofonda nell’oblio dei secoli ed è come –quasi- non fosse mai esistita? Non ha senso fingere l’eroismo di una coscienza pura, esibire un martirio fuori moda o darsi tante e tante spiegazioni su castelli di parole.

 

Anche perché, detto fra noi, è poi un peccato così grave concedersi lunghissimi sospiri tristi?

 

 

Qui auget scientiam, auget et dolorem (Seneca)

 

 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Letto 60x volte martedì, 24.11.09 02:18:10 Permalink Punti "Karma": -3. Ti piace questo articolo? [SI/NO]

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