La cipolla
Come lana morbida
in cui ci si stringe
è questa malinconia
che dipinge sorrisi
ad acquerello.
Mi è riaffiorata alla memoria una delle tante delizie del ricovero, che avevo maldestramente spostato dai riflettori impietosi della coscienza. Siccome non si fidavano di me, ed anzi erano convinti che io volessi ad ogni costo sabotare la cura, mi avevano allucchettato al bicipite un cardiofrequenzimetro. Perché mi era stato prescritto di fare il minor numero di movimenti possibile, allo scopo di non disperdere energia; tuttavia, di notte, nessuna sentinella in camice bianco sorvegliava la mia condotta; quindi si erano affidati all’imparzialità di uno strumento insonne. Ad ogni piccolissimo sforzo (trasferirsi dalla sedia a rotelle al letto, per esempio, o lavarsi i denti) quel coso si metteva a suonare a mo’ di sveglia impazzita, e intanto registrava nella sua memoria le mie negligenze (inevitabili), lurido spione. Quell’affare mi ha fatto da colonna sonora per quattro giorni, coi suoi bibibiiiiip di delazione manifesta; ed una notte ha suonato senza interruzione, crivellando la quiete del sonno che oblia, fino al mattino, nonostante io fossi rimasta per ore immobile come un cadavere. Immobile, ma con un terrore animale addosso, in quel buio di camerata d’ospedale in cui ho sentito morire una donna, e tutto sommato anch’io mi percepivo più così che viva. Con quell’odore dolciastro di fiori marci e lo stridere del caos in agonia, il corpo massacrato ovunque e il freddo malato che ti divora da dentro, con niente più da perdere insomma, la paura biologica comunque strillava e martellava sul cuore per tenerlo sveglio. Cuore bradicardico sì, ma attaccato all’esistenza che impallidiva con tutto il furore cieco della vita che pretende se stessa, e si cerca e si stringe fortissima fingendo che ci sia davvero qualcuno ad abbracciarla.
Fingendo… deriva da fingo, che in latino significa plasmare; è il verbo del vasaio che modella l’argilla informe e ne fa un’opera d’arte, al confine tra la fantasia e la perizia tecnica del poiein.
Allora io fingevo e non pensavo affatto che anni dopo quella fame di vita si sarebbe trasformata in desiderio vero, chiuso lì dietro alle labbra che cercano baci, e inventano sorrisi. Non immaginavo quale immenso groviglio di binari e cieli mi si sarebbe intrecciato alle ciglia, e quante parole non avrei saputo trovare, pur intuendone il suono pulsare sottopelle. Nemmeno credevo che avrebbe taciuto la voglia di parlare, ma non quella di accarezzare; che tutta la musica di una voce non sarebbe stata capace di dire quel che dicono il corpo, la lingua, le mani. Le stesse mani con cui si ama e si scrive. Una cosa unica, allora, scrivere, amare, dire, raccontarsi, stringersi, ascoltare, respirarsi… comunicare in rapporto con un altro.
Inutili come
le belle poesie
in rime di graffi
docili e carezze
a lungo sognate?
[Labbra di rubino sciolte e dolcissime si socchiudono in un avvicinarsi lento che cerca di rubare il respiro per regalarci un profumo nuovo ed un fiore -germoglierà solo se assaggi il sapore del mio sorriso-, il tempo discreto aspetta altrove ed ogni molecola vibra curiosa, irresistibilmente attratta dal contatto fisico, senza spiegazioni, senza fare finta. E ogni carezza e ogni sguardo e ogni dondolio in bilico tra sé e l’altro sono lì a dire:
raccontami, ti ascolto,
e leggi su di me la storia che ancora non ho scritto.]
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
Potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla - cipolla,
non viscere ritorti.
Lei piú e piú volte nuda
fin nel fondo e cosí via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.
La cipolla, d'accordo:
il piú bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.
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