Indovinello
- Indovina
- Ehm… non saprei…
- Dai sparane una
- Ok. E’ una caramella
- No
- Una goccia di miele
- Neanche
- Un vetro colorato
- Acqua…
- Un sogno a dondolo
un oceano dolce
una collana di lacrime?
- …
- E’… è la tua libertà,
e l’amore che ci abbraccia
il tesoro d’Assurbanipal?
- … In realtà è poca roba,
sai, niente di che…
si tratta di un istante,
un tempo tanto breve da durare un soffio,
quasi impercettibile
questo spicciolo da nulla.
- …
- Vorrei poterlo spendere con te,
anche se non ha valore
e forse è una valuta fuori corso,
ossidata e sghemba.
Non ho altro che questo granellino
rubato a una clessidra,
per viverlo noi insieme…
Ti prego, non deridermi.
Rifiutami se vuoi,
ma guardandomi negli occhi.
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“Ti ho immaginato mentre scendevi la scala di fango, nel silenzio dell’acqua che si apriva.

L’elmo e la spada rimasti sulla sponda, insieme ai sogni, e alla tua bellezza infranta; i grilli fecero il nido nella chitarra, abbandonata sulla riva che era piena di fiori, e l’acqua specchiava le stelle, quante non ne aveva mai viste. Il cavaliere si tolse armi e corazza e tutti videro quanto era giovane, e stanco. La bambina dagli occhi azzurri come il cielo d’inverno ed i capelli di polvere piangeva accanto alle rovine della casa distrutta, nel sangue e nel fango: “qualcuno pagherà per questo”. Dietro alla porta che divide la luna dal lago qualcuno mormorava una triste canzone. “Uomo nero, uomo nero, sto giocando o è tutto vero?”. Un soffio, un sospiro, l’ultimo brandello di sogno.
Il mondo è antico, ma nel tempo delle stelle era ancora giovane. Voi avete ucciso l’infanzia del mondo”
Il gelsomino notturno (G. Pascoli)
E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E` l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
L'ANGULUS DI TEO
Alto (e) fragile
È un bambino che gioca in strada
in centro a Milano:
c’è un pericolo ovunque vada
però andrà lontano.
Teo
Recisi fiori di tranquillità
Spirale elicoidale
di scale
c’è chi scende e c’è
chi sale.
Chi piange al buio
non vede le proprie
lacrime.
A chi piange al sole
le lacrime evaporano
da sole.
La torta nel forno
profuma la casa
come un mazzo
di recisi fiori
di tranquillità.
Sfornata la torta
la gioia freme e bussa
alle narici.
Teo
Oggi a scuola...
Solfeggio la nota
più lunga del mondo:
e scoppio.
Mi perdo dunque
in una pausa
che non so quanto duri.
Teo
Paignion, scherzo, anzichenò
Ho un dubbio
metafisico:
perché la gente
inorridisce se descrivi
te stesso mangiante
la porchetta?
Temo che l’orrore stia
nella parola ‘porchetta’.
Ma allora mi devo accorgere
di quant’è l’ipocrisia
di gente che non ha schifo
a dire col cuor leggero
negro, ebreo, diverso, frocio,
ma pensa il suino salume
con disgustato ribrezzo:
lo mangiano con gusto,
ma guai a sporcarsi la bocca
con l’odiata parola!
Teo
Mechanismos
Questa strana sensazione di vago terrore,
un fischio ovattato alle orecchie
ed il collo che pulsa sangue,
deglutisce sangue,
sanguina.
L’horror vacui che nell’arte non capisco
(più bello è quel senso indefinito,
quanti inutili fiorellini morti)
mi ha incatenato
qui.
Monta un’onda spumosa e affogo
nel rogo di quest’incertezza,
carezza agognata
morte.
E mi chiedo che senso hanno le lancette
di un orologio, girano per un nulla
che non le ringrazierà mai:
meccaniche.
E mi chiedo che senso hanno i giorni
di una vita, si seguono per un nulla
che non li ringrazierà mai:
meccanici.
Questo grande appuntamento con la vita:
domani ci troviamo ancora qui.
Perché?
Teo
Inter me
Fa bene
camminare
da solo.
Da solo cammino e dietro
i passi sento pesanti,
coi passi odo risate:
ma ugualmente procedo,
io, solitario come
i vecchi nei campisanti.
Come loro ascolto il silenzio,
come loro sproloquio coi morti,
accompagno il muto discorso
con un tacito gesticolare.
Nell’aria sento domande
e fastidio – sono asociale?
Ma non mi curo del mondo,
coi morti son dietro a parlare!
Teo

"Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza/ L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso/ Perché quando saranno passati amori e battaglie/ Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza/ Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara/ Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota/ Il poco, il meno il non abbastanza".
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E` lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. E’ evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.
Elizabeth Bishop

Pensieri sottili come un foglio di carta velina, leggeri come una nuvola, trasparenti come le ali di una farfalla... diciamoci la verità: nessuno li vede, nessuno li ascolta. Anche se sono belli.
L'ANGULUS DI PESSOA
Tutte le lettere d'amore
Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).
Gli dei sono felici
I loro desideri non li opprime il Fato,
o, se li opprime, li redime
con la vita immortale.
Non hanno ombre o altri che li attristino.
E, inoltre, non esistono...
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