et lux perpetua luceat
Dorme la casa
nell’ignara quiete:
la notte tace,
distesa nel buio.
Poi d’improvviso
quel trillo stonato
violenta il sonno
(cos’è successo?).
E subito voci,
brusio concitato,
parole tese
di chi già conosce
e non spera più
(cosa è successo?)
S’apre una porta
lontano, ne esce
quella domanda
taciuta, ma ferma:
cos’è successo?
Allora si cercan
parole e sguardi
per dire ad un uomo:
tuo padre
è morto.
(uno ad uno senza fretta/ ci scorgeremo, di spalle,
scender quella strada stretta/ lungo il tempo fino a valle.
Sempre con la sensazione/ che comunque è ingiusto
e troppo presto e, di fatto,/ estremamente sbagliato)
Poi è ovvio che in quelle ombre grasse d’incenso,
sotto a colonne di pietra tanto alte a spalancare distanze verticali,
-che sono graffi su cuori già martoriati a morte-
è ovvio che il peso dell’aria si fa tanto gravoso
da costringere a genuflettersi al cospetto di un fantasma.
Per non sentirsi nell’inutile attesa come oggetti appoggiati.
Ancora quel velo
di gelo m’asciuga
gli occhi che guardano
altrove.
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