sabato, 20.03.10
Discorso primo Sulla solitudine (Ifigenia in Tauride)

Tutti siamo schegge di silenzio.
Se ora ad esempio io mi cacciassi in gola un grido rosso sangue, un grido di bestia ferita, sarei capace di graffiare il cielo, e irradiarlo d’arterie livide. Potrei perfino deformare lo spazio intorno, questa spiaggia deserta, questi solchi nella sabbia: scaverei la pelle del mondo fino a vederne le ossa. Io stessa perderei i contorni, spezzando ogni mia linea in un’esplosione liquida, diventando un teschio senza capelli e con gli occhi cavi.
Tuttavia, se il mio terrore ed il mio disgusto prendessero la forma di quel grido cosmico, comunque, nonostante la violenza disumana, per quanto il tempo si spezzi e rimanga infranto in un mosaico senza immagini,
nessuno lo udirebbe.
So bene quanta buona volontà la gente impieghi nell’ascoltare, nell’intendere, insomma, nel tentativo di raggiungere i penetrali della persona che ha accanto cavalcando i palpiti delle parole alate cui quella dà voce.
E altrettanto conosco la fatica del dire, l’impresa di raccontare anche soltanto un’isola dell’infinito arcipelago che ci vive addosso, un’onda dell’oceano che lo racchiude. Una su milioni, con estremo sforzo, e dolore, come un parto. Eppure è l’aristia che più volentieri s’affronta, parlare, dare la luce ai propri pensieri con le parole, forgiare ad arte periodi, gettare un ponte verso un altro dai mille volti, sempre però muniti di orecchie, di cuore.
Tuttavia, nemmeno il discorso più vivo sa spiegare, e l’interesse e la voglia non bastano a far capire.
Da tempo ho imparato che le parole sono strumento ben misero, uno spazio angusto in cui costringere tutto quanto si vorrebbe comunicare. Ed ecco allora linguaggi universali, di abbracci, percosse, sorrisi e sfumature di sguardo; nessun dizionario serve, perché è dell’uomo, in quanto uomo, la sapienza antica dell’esprimersi senza cianciare.
Tuttavia, non è sufficiente neppure questo.
Dunque resta sempre un margine oscuro, un non detto, inespresso dal volto e dalla voce, oppure non recepito, non colto.
Dunque ogni volta è frustrato il desiderio di conoscenza dell’uomo per l'altro uomo, che vorrebbe dire e ascoltare, ma né all’uno né altro ottiene la trasparenza: mai una comunicazione limpida.
Qui, in questo torbido di sospensione, di incomunicabilità, ha tana la solitudine. Solitudine immensa, davvero, ospite usuale d’ogni giorno d’ogni età d’ogni uomo. Solo, come chi porta il nome altisonante d’Edipo. Solo non per colpa o disgrazia, ma per naturale conformazione.
E il dolore? Il dolore si radica nello scarto tra la tensione alla socialità tipica dell’animale uomo, e l’impossibilità effettiva nel realizzarla appieno; mai, neppure quando ogni condizione parrebbe ideale, si elimina quell’ultimo terribile granello, destinato a restare privato, rinchiuso in ognuno.
Inutile.
Tutti siamo schegge di silenzio. Stranieri, sconosciuti, lontani.
Soli.
"E’ così crudele il mare al crepuscolo, d’inverno, così tenebroso, e freddo, e sconfinato…
Riesce a lavarti via di dosso le favole, e le illusioni; e poi è come se ci si risvegliasse liberi. Come se si potesse avere l’innocenza di un vestito bianco e i capelli sciolti, la pelle nuova delle farfalle... il tempo davanti. Immortale come chi ha accettato l’istante, già morta per questo, viva nell’attimo in cui il mio nome sarà Ifigenia. Soprattutto, disposta a soffrire e, cosa ancor più difficile, ad essere felice."
martedì, 16.03.10
Come a dire che stamattina a colazione ho "pucciato" fragole nel miele.
Addosso mi si stringevano le sere d’oriente, così blu smaltate con le vene di scura porpora e la luna grande. Mentre però passeggiavo sulle strade di latte, tra la polvere e le case in silenzio, capitava talvolta di intravedere un’ombra, un rapido moto di sguardi coperto da stracci, volti nascosti, movimenti liquidi di nero nel buio. Infranto stupore, quello di non riconoscersi più nella gente che incontri. La vita disegna strade strane, talvolta, labirinti pieni di Minotauri a dondolo.
Ed ora invece son ritornata al mio mondo, piana sublunare in cui sempre s’aspetta. Una primavera cui cedere, un donatore di sguardi, qualcosa di paura di voglia. Il tempo ha ripreso la sua forma chirale, costellato di post-it e ritardi consueti, la lezione in aula Beta, la pillola ogni sera, i treni da prendere, quelli da perdere.
Ho smesso di alzare i pugni per protesta, al massimo è segno di resa incondizionata a queste correnti che modellano le dune in qualche deserto lontano, e a me spettinano i sogni, arruffano, scombinano, squadernano i progetti irrealizzabili.
Certo questo marzo acerbo comincia a sciogliere la brina, e quasi fa piacere respirare l’aria d’oro; anzi, non trovo di disturbo i volantini della Lega e nemmeno l’asfalto grigio indifferenza di Milano.
In qualcosa l’uomo è tragico, davvero. Corre il suo breve tempo e tanto più s’affanna a dilatarlo quanto meno riesce a coltivarci i sogni gialli. Ma come ogni eroe necessitato trova il suo riscatto, fosse anche solo nel sorriso ritagliato ai bordi del crepuscolo che avanza.
Allora sì, c’è un affrancamento alla fugacità del tempo, ai drammi corone di spine e a tutte le mattine conficcate nel fianco, in cui nemmeno ricordo più perché non mi ha dormito accanto. C’è un risarcimento. Ed è per me chinare la fronte nella curva del tuo collo, sopra le spalle forti, le spalle di uomo, appoggiata al profumo che amo.
Fosse anche soltanto un brevissimo istante, un battito di ciglia impercettibile, un momento incandescente che getta un lampo di bianco su tutto e ne allunga le ombre, ne mostra le superfici nude, e poi nel fulgore brucia, e si consuma nell’ansia di perdersi, seminerebbe vita. Fosse anche per un giorno solo, per un’ora, uno sfiorarsi di dita varrebbe tutte le croci, le solitudini, le valli di nebbia e la malinconia cosmica dopo il tramonto.
Perché come i fulmini lascia un ricamo prezioso sulla retina, un’impressione di luce vivida. Mi hai detto che per te è risposta il mio esistere, e questa goccia di sorgente non la posso perdere, nemmeno nel più arido degli inferni. E mi placa la sete enorme senza mai spegnerla, anzi mi incalza, mi chiede viaggi in terre ignote ed ogni volta più lontante.
Ora quel fuoco, quel lampo di luce, è pericoloso come canta Orlando che vi perse il senno. Eppure, nella libertà di scegliere un’ombra lunghissima e gonfia d’incenso, oppure un sinuoso abbraccio di fiamme, scelgo il crepitio, la vita così vera che talvolta ustiona. I tuoi baci mi investano vestale, sarò custode del fuoco e dei capitelli arruffati dopo una notte d’amore; non marmo, ma pelle lunare a racchiuder nel grembo il calore.
L’ultima sera prima di partire, mentre il sonno ti baciava le tempie ho scritto con le carezze una parola sulla tua schiena, e si intrecciava alle vertebre e si inerpicava dai fianchi al collo e non ricordo di preciso quali lettere la componessero, ma sulle labbra aveva un suono meraviglioso, come filo d’erba canta alla rugiada e le nuvole acquarello all’azzurro su cui giocano.
Alle fronde d’un tuo sogno
ho appeso la cetra;
sei epillio d’acqua dolce,
metrica perfetta
di desideri spondaici.
domenica, 14.02.10
ACQUAFORTE
Ore scabre come carta smeriglio,
a levigarmi bene.
Con fastelli di parole arse in fretta
s’affumichi la pelle.
Lo scrosciare delle piogge acide
poi inciderà la carne.
Sono ferro di sangue aggrumato
in metallici graffi;
Ma a contatto con superfici bianche
(un lenzuolo, un foglio)
il peso della mia ombra disegna
immagini vivide.

giovedì, 11.02.10
Lettera al fabbro.
Egregio dott. Efesto,
mi rivolgo a lei pur non avendone il diritto.
Non sono Teti madre d’Achille, non ho nemmeno figli.
E non mi interessa ottenere una Pandora tutta curve e morte, o i dardi di Eros; e nemmeno il carro del Sole.
Ricorro invece alla sua divina arte per uno scudo.
Sia chiaro, Ilio è arsa da tempo ed Ettore non è che un tassello d’esametro; sicchè non mi servono armi da guerra, armi d’Achille.
D’altronde non saprei che farne d’una egida celeste, di pelle di capra attorta ai tuoni: Zeus è morto, e gli altari il marmo e i templi sono solo un’ombra di polvere.
No, esimio Efesto.
Ho bisogno uno scudo leggero ed agile, che non mi impacci nei movimenti (chissà quante fughe m’aspettano, e quante danze a piedi nudi…).
Lo sfondo sarà turchese, turchese di maggio. Sotto bisbigli un campo a maggese, d’oro di spighe e un mosaico di fiori; deve vedersi bene il vento che lo accarezza, deve avere l’odore della sua pelle. Ad anse imprevedibili, al centro, scorrerà un rivolo con il sapore delle sue labbra, che è acqua e more gonfie d’estate. In un angolo, ridotti in proporzione, staranno la paura di perderlo e le immense lontananze (le ragnatele le voglio d’argento, imperlate di brina di lacrime vere).
Su tutto aleggi il suo caparbio modo di sognare; il desiderio -sia chiaro, in porpora!- deve invece ricamare tutto il tempo fino a oltre l’orizzonte, anche dove ancora non si vede.
Per il resto, gentile Efesto, le lascio assoluta libertà.
Un’ultima richiesta, se non è disturbo: non m’appello alla sua capacità di forgiare il ferro, pura tecnica artigiana; le chiedo anzi di dimenticare incudine e martello. Dovrà invece ripensare alla sua sposa, Afrodite amante dell’amore. Ripercorra la sua voce, la sua pelle… e crei per me lo scudo.
Mi proteggerà dai giorni lacrimogeni e dalla malattia della tristezza; ed anche se da sola saprò ben difendermi.
Queste sono dunque le istruzioni.
Quanto al resto, me ne occuperò personalmente.
( già scopro origami di carezze/ su un’isola di sabbia rosa. )
( ed avremo perfino un divano! )
venerdì, 29.01.10
Dormono Apollo e Dioniso.
E poi quelle sere di colori vivissimi sospese in un’ombra d’oro assomigliavano forse più al sogno o al ricordo appena sussurrato del mito porpora e marmo, sfarzoso ineffabile segreto d’adolescenza. Quel chiaroscuro di voci e brusio come miele a lungo dimenticato, caldissimo nelle vene, l’ebbrezza di riconoscer se stessi nei propri gesti… ecco cosa volevo: ridere a dirotto e giocare per nulla. Anche solo per una notte, per un limpido momento di leggerezza, per il suono di un carillon. Senza più polvere, senza più sangue, interamente me.
giovedì, 21.01.10
neanche il più giallo dei fiori è mai contento dei deserti
Volli il mio maggio
sbocciare
di voci e sguardi;
ma arido
credevo il suolo,
la terra
nera infeconda e
sterile.
Ecco però che
nascono
-nell’alba nuova,
incredula-
fiori di campo
colori
anche d’inverno.
E lo so,
come il contadino,
che cure
e semine attente
mai e mai
li avrebbero resi
così tanto belli.

d'altronde s'è fatta la stessa cosa con i nostri cuori.
venerdì, 15.01.10
Istruzioni per perdersi
Devi seguire il corso delle vene dei tram, nel buio sfocato delle sei di mattina; non curarti del vecchio riverso sul trono a rotelle, e nemmeno del cielo emaciato. Guarda torvo i passanti in cravatta, sorridi ai naufraghi della notte.
Di lì prosegui, dritto verso la casa delle parole, e semina per ogni passo un ricordo: serviranno per ritrovare la via del ritorno. Così facendo, dimenticherai lentamente tutte le immagini che lasci cadere sull’asfalto; non illuderti: non fioriranno, né potrai mietere messi d’oro, poiché il cemento è sterile.
Ora, immemore, etereo, fermati accanto alla prima panchina miseramente vuota che incontri, e chiediti perché non hai nessuno con cui sederti a chiacchierare.
Da questo punto procedi, avanzando nella nebbiolina di latte; ascolta le bolle di vapore del tuo respiro, renditi conto di non sapere più dove sei. La piovra di grattacieli e vicoli ti ha avviluppato, con sguardi di semafori lampeggianti ti scruta, e presto ti inghiottirà e metabolizzerà, fino a ridurti ad elemento d’arredo urbano, lampione curvo di apatia. Ora, ora che sei perso, chiedi aiuto alle ombre che sfilano sui marciapiedi; nessuno ti risponderà: i fantasmi non parlano. Cacciati in gola un urlo rosso sangue, che, come negli incubi, non produrrà suono, non verrà sentito e neppure ascoltato. Sei solo, in mezzo a tanti, un punto tra gli infiniti che popolano la retta, ma non si sfiorano. Corri, imbocca la prima a destra, e vai avanti così, sfilacciato e senza fiato. Finirai in un vicolo cieco; lì, chiudi gli occhi, e pensa con ogni fibra alla curva asciutta che fa il collo dell’uomo che ami quando ti prende per mano. Con ogni probabilità, non riuscirai a ripescare quest’immagine, poiché la memoria giace rovesciata per strada, nel tragitto, insieme alle cartacce. Devi ricrearla. Plasmarla di nuovo seguendo con le dita i ricami del profumo di pelle e pane caldo; devi essere artista: tavolozza, fantasia e mano ferma. A partire da questo, reinventa ogni ricordo, assegna nomi ai volti e voci alle parole, trova le persone che hai amato, i loro gesti, la sfumatura del loro passo; dai forma ai contorni di amicizie lunghissime, e abbracci mai dati, alle fragili spighe di pianto. Non cedere nulla all’oblio, né i sorrisi impercettibili, né gli inferni sproporzionati che ti eri confezionato con la carta stagnola, per addobbarti i pomeriggi. Modella, impasta, forgia la tua identità a partire da meri fatti di bronzo; non essere registro d’archivio, o elenco di cronaca, ma uomo vivo tra uomini, che immagina, cerca, crea ciò che prima non c’era.
Riapri gli occhi. L’alba è trascorsa, ripulendo ogni sguardo dai brandelli di notte.
Ripercorri la strada al contrario, torna alla panchina vuota; una coppia di ragazzini l’ha eletta a luogo dei baci, una zattera ossuta su cui scappare prima che inizi la scuola.
In tasca anche tu hai un biglietto per il primo treno verso il mondo della vita; mondo multiforme e prezioso, fatto d’un tempo morbido di desiderio, seta di sogni fertili, qualsiasi centimetro quadrato che occupa il corpo dell’uomo che ami.
Ed anche il caos ha il suo epicentro, ogni labirinto la sua uscita.
martedì, 22.12.09
Scolia
Non eran sottili corsivi d’amore, non era un ricamo d’argento di luna, non eran preziosi e nemmeno utili.
Quei fiocchi di neve, però, te li avrei regalati. Ne avevo scelti tre, intagli perfetti scolpiti dal vento.
Scusa l’ingenuità: quei fiori d’inverno, appena raccolti, nel mio palmo caldo si sono sciolti.
E adesso mi osservo la mano umida: non vale nemmeno la pena che io venga da te. Fa freddo, il cielo è rosso cupo, si gela, si trema di febbre agghiacciante, se nei sogni urli nessuno sente e siamo soli ancora.
Mi dici “ogni notte vorrei dormire con te, allacciati stretti nel buio morbido di pelle e sogni che pulsano”.
Anch’io lo desidero, anch’io, e lo sai. Ma non so regalarci neppure questo: appena raccolgo l’idea, lei si disfa fra le dita troppo calde, tra la realtà dei fatti che ustiona una bellezza così delicata.
Davvero mai, mai mi sento tanto lontana dal saper amare, io tirchia di dolci parole, io avara d’entusiasmi, io frenata nelle fantasie e nei piaceri, io, che sembro fare apposta a tacere, a non rispondere, a far la sfinge di pietra.
Ogni tanto mi chiedo, oltre a quel po’ di carne fresca che mi porto addosso, cosa tu riesca a trovare in me. Oltre il culo e le mani giovani e le curve della schiena e dei fianchi; oltre le immagini nude riflesse in un enorme specchio, oltre al gesto, oltre al respiro affannato. Che è meraviglioso, per carità. Ma oltre, ti dico, che vedi? Io mi sento le mani gelate, e colgo e colgo neve per regalarti acqua, un niente nientificato, un nulla che vorrebbe esser l’intera me e però al caldo muore. Al vivo muore.
La capacità d’esprimere il proprio amore non è direttamente proporzionale all’intensità dell’amore stesso, e nemmeno al desiderio di manifestarlo. E’ arte poietica, è istante creativo nel senso più puro. Sembrerebbe semplice, naturale come sorridere. E invece.
Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve.
(G. Ungaretti, Dormire)
martedì, 15.12.09
Niente d'eroico
C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
(Libro di Qoelè, Ecclesiaste)
Ho coltivato immensi prati
a fior di loto.
Volevo un mondo bianchissimo
tenero e lieve
di neve di petali ovunque.
Tempo sprecato:
non ricordo proprio più nulla.
Chi semina oblio
raccoglie spighe di ruggine.
lunedì, 14.12.09
***
a nude membra avviluppiamo.
Nulla fra noi; anche il tuo sottile velo
mi appare simile alle mura di Semiramide;
i corpi alle labbra s'incollino; il resto,
Di certo non sono quella rosa di vetro che molti pensavano; non sono neanche la bambola di seta senza spine e senza ossa che altri avrebbero voluto.
D’altra parte sappiano i giudici senza pietà che ogni delusione non è frutto di movimenti deformi ma d’una cecità che prima non li aveva scorti.
E che d’improvviso vede.
E che rabbiosa sferza ed offende e lacera; o, peggio, tenta d’ammaestrare con parole di miele.
In fondo, oltre la maschera, oltre il bel viso ed i baci, al di là dei discorsi e del tempo, che diavolo cercavate in me?
Cosa? Ciò che non sono? Carne fresca? Una statua di marmo? Un libro di pelle chiara su cui scrivere tante parole? Ciò che non sono?
Non soffro di malattie gravi. Non ho bisogno d’esser curata.
Non sono creta. Non mi si voglia plasmare.
Più che risposte indago domande. Sbaglio e cado spesso e mi sbuccio pure le ginocchia; cerco, come posso, non sono mica un genio o chissà chi. La malinconia m’è ospite usuale, è l’ombra che s’allunga ogni crepuscolo, inchiodata alle caviglie; mi si biasima l’apnea di brina in cui vivo ora, sempre in attesa di vederti e respirare dopo ore, dopo giorni di meschina solitudine.
Magari dovrei esser fortissima, così saggia da non sentire addosso la ferocia delle lontananze, così viva da ignorare la violenza di discorsi fatti a un monitor. Eppure non lo sono; con te ho abbassato tutte le difese, non v’è muro né recinto, nemmeno un piccolo fossato, neanche un sassolino; son rimasta nuda, ed oltre, occhi senza scudo, pensieri senza guscio. So di esser vulnerabile, e basta una carezza troppo forte a far fiorire un livido; ma mi muove una fiducia tale da non avere mai paura, e più depongo l’armatura più confermi quella mia speranza che tu esista, la trasformi in solida certezza.
Quindi scusami i silenzi, scusami le offese.
Respiro ancora quell’ingenuità secondo cui, tenendo il filo rosso, si possa al più soffrire d’essere distanti, senza incubi né sangue d’altra natura.
Magari dovrei pure crescere, e smettere d’amarti pelle a pelle?
Magari dovrei vergognarmi del mio dirti "non mi lasciare"?
(Quante domande retoriche! Tanto non lo farò, qualunque sia la risposta.)

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- I finferli/ non son dita (op cit farlocca)
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