Al chiaro di luna

 

AL CHIARO DI LUNA
 
 
 

 

Cercar che giova? Al buio non si trova.
Ma per fortuna è una notte di luna,
e qui la luna l'abbiamo vicina.

Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d'amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l'anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?

(La bohème)

 

 

 

 

venerdì, 29.01.10

Dormono Apollo e Dioniso.

E poi quelle sere di colori vivissimi sospese in un’ombra d’oro assomigliavano forse più al sogno o al ricordo appena sussurrato del mito porpora e marmo, sfarzoso ineffabile segreto d’adolescenza. Quel chiaroscuro di voci e brusio come miele a lungo dimenticato, caldissimo nelle vene, l’ebbrezza di riconoscer se stessi nei propri gesti… ecco cosa volevo: ridere a dirotto e giocare per nulla. Anche solo per una notte, per un limpido momento di leggerezza, per il suono di un carillon. Senza più polvere, senza più sangue, interamente me.

 

 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 12:35 Commenta

giovedì, 21.01.10

neanche il più giallo dei fiori è mai contento dei deserti

Volli il mio maggio

sbocciare

di voci e sguardi;

ma arido

credevo il suolo,

la terra

nera infeconda e

sterile.

Ecco però che

nascono

-nell’alba nuova,

incredula-

fiori di campo

colori

anche d’inverno.

 

E lo so,

come il contadino,

che cure

e semine attente

mai e mai

li avrebbero resi

così tanto belli.

 

 

 

 

P.S. la foto te l'ho rubata perchè mi piaceva;
d'altronde s'è fatta la stessa cosa con i nostri cuori. 

 

 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 12:24 Commenta

venerdì, 15.01.10

Istruzioni per perdersi

Devi seguire il corso delle vene dei tram, nel buio sfocato delle sei di mattina; non curarti del vecchio riverso sul trono a rotelle, e nemmeno del cielo emaciato. Guarda torvo i passanti in cravatta, sorridi ai naufraghi della notte.

Di lì prosegui, dritto verso la casa delle parole, e semina per ogni passo un ricordo: serviranno per ritrovare la via del ritorno. Così facendo, dimenticherai lentamente tutte le immagini che lasci cadere sull’asfalto; non illuderti: non fioriranno, né potrai mietere messi d’oro, poiché il cemento è sterile.

Ora, immemore, etereo, fermati accanto alla prima panchina miseramente vuota che incontri, e chiediti perché non hai nessuno con cui sederti a chiacchierare.

Da questo punto procedi, avanzando nella nebbiolina di latte; ascolta le bolle di vapore del tuo respiro, renditi conto di non sapere più dove sei. La piovra di grattacieli e vicoli ti ha avviluppato, con sguardi di semafori lampeggianti ti scruta, e presto ti inghiottirà e metabolizzerà, fino a ridurti ad elemento d’arredo urbano, lampione curvo di apatia. Ora, ora che sei perso, chiedi aiuto alle ombre che sfilano sui marciapiedi; nessuno ti risponderà: i fantasmi non parlano. Cacciati in gola un urlo rosso sangue, che, come negli incubi, non produrrà suono, non verrà sentito e neppure ascoltato. Sei solo, in mezzo a tanti, un punto tra gli infiniti che popolano la retta, ma non si sfiorano. Corri, imbocca la prima a destra, e vai avanti così, sfilacciato e senza fiato. Finirai in un vicolo cieco; lì, chiudi gli occhi, e pensa con ogni fibra alla curva asciutta che fa il collo dell’uomo che ami quando ti prende per mano. Con ogni probabilità, non riuscirai a ripescare quest’immagine, poiché la memoria giace rovesciata per strada, nel tragitto, insieme alle cartacce. Devi ricrearla. Plasmarla di nuovo seguendo con le dita i ricami del profumo di pelle e pane caldo; devi essere artista: tavolozza, fantasia e mano ferma. A partire da questo, reinventa ogni ricordo, assegna nomi ai volti e voci alle parole, trova le persone che hai amato, i loro gesti, la sfumatura del loro passo; dai forma ai contorni di amicizie lunghissime, e abbracci mai dati, alle fragili spighe di pianto. Non cedere nulla all’oblio, né i sorrisi impercettibili, né gli inferni sproporzionati che ti eri confezionato con la carta stagnola, per addobbarti i pomeriggi. Modella, impasta, forgia la tua identità a partire da meri fatti di bronzo; non essere registro d’archivio, o elenco di cronaca, ma uomo vivo tra uomini, che immagina, cerca, crea ciò che prima non c’era.

Riapri gli occhi. L’alba è trascorsa, ripulendo ogni sguardo dai brandelli di notte.

Ripercorri la strada al contrario, torna alla panchina vuota; una coppia di ragazzini l’ha eletta a luogo dei baci, una zattera ossuta su cui scappare prima che inizi la scuola.

In tasca anche tu hai un biglietto per il primo treno verso il mondo della vita; mondo multiforme e prezioso, fatto d’un tempo morbido di desiderio, seta di sogni fertili, qualsiasi centimetro quadrato che occupa il corpo dell’uomo che ami.

 

Ed anche il caos ha il suo epicentro, ogni labirinto la sua uscita.

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 01:47 Commenti: 2

martedì, 22.12.09

Scolia

Non eran sottili corsivi d’amore, non era un ricamo d’argento di luna, non eran preziosi e nemmeno utili.

 

Quei fiocchi di neve, però, te li avrei regalati. Ne avevo scelti tre, intagli perfetti scolpiti dal vento.

 

Scusa l’ingenuità: quei fiori d’inverno, appena raccolti, nel mio palmo caldo si sono sciolti.

 

E adesso mi osservo la mano umida: non vale nemmeno la pena che io venga da te. Fa freddo, il cielo è rosso cupo, si gela, si trema di febbre agghiacciante, se nei sogni urli nessuno sente e siamo soli ancora.

 

Mi dici “ogni notte vorrei dormire con te, allacciati stretti nel buio morbido di pelle e sogni che pulsano”.

Anch’io lo desidero, anch’io, e lo sai. Ma non so regalarci neppure questo: appena raccolgo l’idea, lei si disfa fra le dita troppo calde, tra la realtà dei fatti che ustiona una bellezza così delicata.

 

Davvero mai, mai mi sento tanto lontana dal saper amare, io tirchia di dolci parole, io avara d’entusiasmi, io frenata nelle fantasie e nei piaceri, io, che sembro fare apposta a tacere, a non rispondere, a far la sfinge di pietra.

Ogni tanto mi chiedo, oltre a quel po’ di carne fresca che mi porto addosso, cosa tu riesca a trovare in me. Oltre il culo e le mani giovani e le curve della schiena e dei fianchi; oltre le immagini nude riflesse in un enorme specchio, oltre al gesto, oltre al respiro affannato. Che è meraviglioso, per carità. Ma oltre, ti dico, che vedi? Io mi sento le mani gelate, e colgo e colgo neve per regalarti acqua, un niente nientificato, un nulla che vorrebbe esser l’intera me e però al caldo muore. Al vivo muore.

 

La capacità d’esprimere il proprio amore non è direttamente proporzionale all’intensità dell’amore stesso, e nemmeno al desiderio di manifestarlo. E’ arte poietica, è istante creativo nel senso più puro. Sembrerebbe semplice, naturale come sorridere. E invece.

 

 

 

 

 

Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve.

(G. Ungaretti, Dormire)

 

 

 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 02:48 Commenti: 2

martedì, 15.12.09

Niente d'eroico

C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

(Libro di Qoelè, Ecclesiaste)

 

 

 

Ho coltivato immensi prati

a fior di loto.

Volevo un mondo bianchissimo

tenero e lieve

di neve di petali ovunque.

Tempo sprecato:

non ricordo proprio più nulla.

Chi semina oblio

raccoglie spighe di ruggine.

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 02:31 Commento: 1

lunedì, 14.12.09

***

[...]gettiamo le vesti, e membra nude
a nude membra avviluppiamo.
Nulla fra noi; anche il tuo sottile velo
mi appare simile alle mura di Semiramide;
i corpi alle labbra s'incollino; il resto,
lo protegga il silenzio
(Meleagro di Gadara)
 
 
 

Di certo non sono quella rosa di vetro che molti pensavano; non sono neanche la bambola di seta senza spine e senza ossa che altri avrebbero voluto.

D’altra parte sappiano i giudici senza pietà che ogni delusione non è frutto di movimenti deformi ma d’una cecità che prima non li aveva scorti.

E che d’improvviso vede.

E che rabbiosa sferza ed offende e lacera; o, peggio, tenta d’ammaestrare con parole di miele.

 

In fondo, oltre la maschera, oltre il bel viso ed i baci, al di là dei discorsi e del tempo, che diavolo cercavate in me?

Cosa? Ciò che non sono? Carne fresca? Una statua di marmo? Un libro di pelle chiara su cui scrivere tante parole? Ciò che non sono?

 

Non soffro di malattie gravi. Non ho bisogno d’esser curata.

Non sono creta. Non mi si voglia plasmare.

Più che risposte indago domande. Sbaglio e cado spesso e mi sbuccio pure le ginocchia; cerco, come posso, non sono mica un genio o chissà chi. La malinconia m’è ospite usuale, è l’ombra che s’allunga ogni crepuscolo, inchiodata alle caviglie; mi si biasima l’apnea di brina in cui vivo ora, sempre in attesa di vederti e respirare dopo ore, dopo giorni di meschina solitudine.

Magari dovrei esser fortissima, così saggia da non sentire addosso la ferocia delle lontananze, così viva da ignorare la violenza di discorsi fatti a un monitor. Eppure non lo sono; con te ho abbassato tutte le difese, non v’è muro né recinto, nemmeno un piccolo fossato, neanche un sassolino; son rimasta nuda, ed oltre, occhi senza scudo, pensieri senza guscio. So di esser vulnerabile, e basta una carezza troppo forte a far fiorire un livido; ma mi muove una fiducia tale da non avere mai paura, e più depongo l’armatura più confermi quella mia speranza che tu esista, la trasformi in solida certezza.

Quindi scusami i silenzi, scusami le offese.

Respiro ancora quell’ingenuità secondo cui, tenendo il filo rosso, si possa al più soffrire d’essere distanti, senza incubi né sangue d’altra natura.

Magari dovrei pure crescere, e smettere d’amarti pelle a pelle?

Magari dovrei vergognarmi del mio dirti "non mi lasciare"?

 

(Quante domande retoriche! Tanto non lo farò, qualunque sia la risposta.)

 

 

 

 

 

 


 

 
Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 02:27 Commenta

domenica, 13.12.09

Pirle di saggezza (dai tempi del liceo)

 
 
 
 
 
 
 
LADY PORE'
 
 
 
 

 
 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 17:08 Commenta

Immorale - J Ax

 
Piccola dedica ad uno che, in fondo, al di là del bene e del male, ascolto volentieri.
 
 
 
 
 
 
 
Scusatemi tanto i toni
con la natura avrò dei rancori
se mi portate all’agriturismo
dopo due ore mi rompo i maroni
è che ho bisogno di questi odori
di micropolveri nei polmoni
di spacciatori di imprenditori
amo l’inferno dei miei gironi
amo l’inverno coi suoi geloni
vivo a milano coi suoi grigiori
vivo in italia coi suoi valori
e vivo al mio posto tra i disertori
e vai avanti cosi che muori.
Fin dalla scuola elementare ma
tutto quello che amo fare è immorale o illegale
ma perché?
Dovrei fare il salutare
e salutare notti e bevute
lavorare e fare bambini
ma poi vedo papà
della mia età con debiti e casini
a volte qualcuno va dai vicini coi fucili
società che nuoce alla salute
a me piace starne ai bordi
sputare quando ti sporgi
e che un tot di gente fraintenda ancora il mio modo di pormi
e dare fastidio
a chi non ha senso dell’umorismo
mi piacciono i cantanti napoletani
e sono un fan dei loro video
mi piace guardare
tutte le sere tutte le serie americane
per osservare l’italia
poi bucarsi la lingua
sputare su villa e famiglia l’eredita culturale
sui miti da provinciale
tutto quello che mi piace fare
tutto quello che amo fare è immorale o illegale
ma perché?
Tutto quello che amo fare è immorale o illegale è suonare musica da macellai
per quel pubblico che fotte il copyright
ma perché?
È mangiare schifezze la puzza di sigarette
le feste con la figlia del dottore così mi scrive le ricette
amo il malox plus perché sono per il fast food
per le cuffie con il bluetooth la super ganja
le poker room
coi raggi gamma divento hulk
questa fobia non la sento più
corro contro l’armageddon
facendo su e in mano ho un coca e rum
padre perdona il mio peccato originale ma...
tutto quello che mi piace fare
fatti di meta fatti di cheta
fragili come fatti di creta
e chi se frega
tanto ne muoiono 5 come me ogni sabato sera
schiantato sul male dal quale
stavo scappando
liquidato dal giornale
"quelli si stavano tutti drogando"
cazzo ci lamentiamo noi abbiamo tutto qui
possiamo scegliere tra
the vodka o gin
  Tre Vodafone o Tim
liberi, però senza vie d’uscita;
a me piace il rosso sangue
quindi mi serve una ferita

tutto quello che mi piace fare
la litigata con il più grosso
tornare a casa con l’occhio gonfio
tutto quello che mi piace fare
mi fa sentire un po’ meno morto
e se mi fa male io me ne fotto
 
 
Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 01:27 Commenta

venerdì, 04.12.09

"...ma tutto si trasforma" (placide banalità)

In questa notte di seta stesa m’abbandono ad un tiepido oblio.

Ho misurato palmo a palmo l’estensione della mia essenza, contando le sfumature dei vostri sguardi.

Soltanto in rapporto saprei essere davvero; tuttavia il bisogno d’affetto non sempre si pasce in verdissimi prati, non sempre a placide acque la sete si placa.

Ma nulla ha più valore d’un istante effimero, nemmeno la più immensa delle solitudini.

La mia vita è la minuscola esplosione d’un cosmo microscopico: galassie di incertezze, cesellate in costellazioni di pure velleità. E la tristezza ed i sorrisi han le loro orbite, compion giri regolari quanto il battito di un cuore a caso; sono una scheggia dispersa dell’equilibrio armonico con cui natura plasma e dipinge, il kosmos ordine bello.

Ogni caos, ogni eccezione sparsa  fanno anch’essi parte d’una legge; e noi giriamo velocissimi, ma senza accorgercene, perché solidali all’intero sistema in movimento. E mi consola una certezza: anche a voler distruggere qualcosa, al più, ci è concesso trasformarlo (come diceva il saggio Lavoisier); e per di più, fossimo artisti, potremmo dirci addirittura capaci di creare.

 

 

 

 

 

Musica, Maestro

  

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 01:14 Commenta

giovedì, 03.12.09

1/2 fora

Sai che farà male, male davvero.

Eppure è con le tue mani ferme che prepari il gesto, senza fretta, con la stessa precisione delle liturgie.

Ecco ti disponi; lo strappo deve essere fulmineo, netto il colpo; stai per farti male.

Se sbagli, ne porterai scritti addosso e sulla pelle i segni, lividi, abrasioni e ustioni; se ti muovi bene invece proverai quell’istante di vertigine, una fulminea fitta, un gemito trattenuto, questioni d’un momento di dolore che tanto dopo passa.

Poi rimane quella sensibilità eccessiva che fa sembrare tutto urlato, per cui il tiepido è bollente, il fresco gelido ed il ruvido una distesa di cocci aguzzi misti a ghiaia.

Ma nonostante tutto ti guardi fiera del tuo agire, di come sei ora che l’hai fatto.

T'approvi, addirittura, nell'immagine riflessa da uno specchio.

Perché fai tutto ciò? Per adeguarti a un canone; è uno stilema assunto fin da sempre che ti vuole bella, splendida e impeccabile come un sempreverde da tenere sulla scrivania.

 

Ah, la ceretta, per la vita che metafora perfetta…

 

 

Autore: wrath Categoria: Categoria default Ore: 01:39 Commenta